Maurizio Sarri

Il caso Spalletti: quando la Juve “pagò” per un allenatore… con stile! Sono 2 i precedenti

Spalletti e Gravina da una parte, De Laurentiis dall’altra, Mancini che spara a zero, come è caduta in basso la Nazionale e il calcio italiano? Tanto rumore per nulla. Vi racconto una storia…

La restaurazione del 1991

E’ l’estate del 1991 e in casa Juve, dopo un lungo temporeggiare, alla fine Gianni Agnelli e Cesare Romiti (amministratore delegato e presidente FIAT, nemico giurato di Montezemolo) optano per la restaurazione, quella che riporta la Juve indietro di decenni (solo nel 1994 si avrà la svolta tecnica e si tornerà a vincere dopo 9 anni lo scudetto con Lippi e un gioco offensivo).

Solo una stagione prima (alla vigilia del Mondiale del 1990) si era voluto rinnovare con Montezemolo-Maifredi (una volta che la Juve era rientrata sotto l’ombrello FIAT uscendo dalla IFIL, la cassaforte di famiglia), ma il calcio champagne di Gigi presto evaporò al sole come le sue bollicine.

Un’occasione persa. Maifredi fu lasciato solo a combattere con i mulini a vento (con LCDMZ sempre a Roma), un po’ come è successo a Sarri nel 2019. D’altronde a scuola ci insegnano: la storia è ciclica. Si, lo è… soprattutto alla Juventus.

La squadra era forte ma incompleta. In quella stagione si era pensato ai fiorettisti (Baggio, Di Canio, Corini, Hassler) ma non alle spade (mancava gente come Dunga e Vierchowod per dare equilibrio). Società nuova e debolissima con il solo Bendoni a pensare al marketing e agli aspetti organizzativi, zero direttori sportivi e generali. Un deserto.

Boniperti rientra ma la Juve torna al calcio anni ’70

In meno di un anno era rientrato Giampiero Boniperti che però vedeva il calcio sempre al solito modo, in bianconero, ma anche con un occhio tipico degli anni ’70-’80, pre-rivoluzione sacchiana che aveva reso il football italico un altro sport: altra velocità, altra intensità e mentalità offensiva. Boniperti e Trap non appartenenvano a quella categoria, a quel calcio.

La Juve non vinceva lo scudetto da 5 anni, un’eternità e dovrà aspettare altri 4 anni (come detto con l’arrivo di Moggi e Lippi).

Ma l’aspetto più grave era stato che in quel lunghissimo periodo non aveva proprio toccato palla, sempre a distanza siderale dalla vetta nel periodo 1986-1991.

L’unica stagione da salvare è stata 1989-90, quella del grande orgoglio di Dino Zoff, con due coppe in bacheca (Coppa Italia contro il grande Milan di Sacchi e coppa Uefa in finale contro la Fiorentina). In campionato la squadra aveva faticato seppur dando spettacolo.

Viene scelto il Trap ma c’è da convincere l’Inter

Boniperti decise di fare una restaurazione fino in fondo e voleva a tutti i costi richiamare Giovanni Trapattoni per rimettere la difesa al centro del progetto. Nelle ultime stagioni, sia con Maifredi che con Zoff, la Juve subiva troppo (il Trap rimise il reparto a posto con l’acquisto di Kohler).

La decisione sul Trap venne presa dopo aver consultato l’Avvocato ma c’era un problema di non poco conto, l’allenatore più titolato d’Italia era sotto contratto con l’Inter. C’era il rischio dell’incidente diplomatico con il Presidente Ernesto Pellegrini che era anche un fornitore del gruppo FIAT (assicurava le mense nelle fabbriche) e si è sempre distinto per essere un grande Signore e amante dei campioni (da Rummenigge a Lothar Mattheus).

Per l’Inter fu un problema non di poco conto: con Trapattoni aveva vinto tre anni prima lo scudetto dei record. Nel bel mezzo dell’estate si trovò senza allenatore.

La storia si è ripetuta nel 2023, con un altro tecnico (Spalletti) libero di allenare ma vincolato da un altro club (per via di una clausola, una penale da pagare) e in procinto di andare in nazionale. Situazioni leggermente differenti, risolte anche con una classe differente.

L’Inter di Dino Baggio e Corrado Orrico

Il buon Ernesto puntò i piedi ma fino a un certo punto, non poteva perdere i ricchi appalti con il gruppo FIAT. Così si optò per una soluzione elegante: Dino Baggio (acquistato in primavera da Montezemolo dal Torino) fu prestato gratuitamente all’Inter per una stagione e la Juventus agevolò l’Inter nell’acquisto del romanista Desideri (che era nell’orbita sempre degli uomini mercato torinesi).

All’Inter andò Corrado Orrico, il Maestro di Volpara, l’uomo della gabbia che predicava la zona pura (anche Sacchi lo seguiva nei primi anni di carriera), con schemi in antitesi con quelli del Trap. La storia finì male perché due difensori adatti alla marcatura a uomo come Bergomi e Ferri si misero fin da subito di traverso. Anche i tedeschi non furono molto collaborativi. Orrico, grande tecnico ma dal carattere spigoloso non si ambientò mai alla Pinetina e, una telefonata di fuoco con la moglie del Presidente (che gli consigliò di tornare alla difesa a uomo), lo indusse alle dimissioni, rinunciando a una montagna di soldi.

Juventus e Inter ne uscirono con classe. Il club di Torino per la prima volta nella storia del calcio ha riconosciuto un indennizzo per liberare un allenatore.

Il precedente di Sarri

Di recente, per Sarri, ha dovuto versare nelle casse del Chelsea 4 milioni di indennizzo (comprensivi di bonus) dopo una lunga trattativa con la zarina Marina Granovskaia, ex amministratore delegato del Chelsea che chiedeva 6 milioni iniziali.

Il Chelsea che l’anno prima, sempre per l’allenatore toscano, ha dovuto versare nelle casse del Napoli 8 milioni di euro.

I blues non hanno perso il vizio: nell’autunno del 2022 hanno addirittura pagato 13 milioni di sterline al Brighton per Potter (poi esonerato dopo pochi mesi).

Nel 1991 era inusuale pagare un altro club per un allenatore, oggi si può dire che vi sia un mercato anche dei tecnici, ma la querelle Spalletti è molto particolare e, non sembra, che gli attori protagonisti si stiano distinguendo per stile.

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