La Juventus cerca un portiere. Ma in realtà cerca qualcosa di più. Cerca una presenza. Stamani parlavamo del sogno Allison del Liverpool. Difficile ma non irrealizzabile. Ma si sta profilando anche un’altra possibilità intrigante, un’altra strada sudamericana.
La porta, a Torino, non è mai stata solo un ruolo tecnico. È stata un luogo dell’anima. Ci sono stati portieri che sembravano custodire non solo la linea bianca, ma un’identità intera: Buffon con la sua grandezza, Tacconi con il suo coraggio quasi teatrale. La porta della Juve è sempre stata un posto per personalità forti.
Per questo oggi la domanda non è solo chi para, ma chi comanda in area di rigore.
E allora non sorprende che nei pensieri bianconeri sia comparso il nome di Emiliano “Dibu” Martínez, il portiere argentino dell’Aston Villa, campione del mondo con l’Albiceleste. La Juventus ha fatto i primi sondaggi per capire se quella porta, oggi inglese, possa diventare italiana.
Non è un’operazione semplice.
Martínez ha contratto fino al 2029 e un ingaggio importante, circa cinque milioni a stagione.
Ma il mercato vive di incastri e la Juventus, in queste settimane, sta osservando tutte le possibilità.
Anche perché il reparto portieri bianconero sembra destinato a cambiare pelle: almeno uno tra Perin e Di Gregorio potrebbe lasciare Torino nella prossima estate.
E quando cambi la porta, cambi molto di una squadra.
Il portiere come leader
Martínez non è soltanto un portiere di grande livello.
È uno di quelli che occupano lo spazio con la personalità prima ancora che con le parate.
Chi ha visto la finale del Mondiale lo sa: quando l’Argentina aveva bisogno di qualcuno che non tremasse, lui ha scelto di diventare protagonista. Non sempre elegante, spesso provocatorio, ma tremendamente competitivo. Il tipo di giocatore che nei momenti decisivi non si nasconde.
La Juventus, negli ultimi anni, ha perso molti dei suoi leader naturali.
Bonucci, Chiellini, Buffon: uomini che sapevano guidare lo spogliatoio prima ancora che la partita.
Il Dibu, in questo senso, rappresenterebbe qualcosa che va oltre la tecnica: un portiere che trasmette sicurezza e carattere.
Un mercato fatto di incastri
C’è poi un dettaglio curioso che potrebbe intrecciare i destini: Douglas Luiz.
Il centrocampista brasiliano, legato sia alla Juventus sia all’Aston Villa nelle dinamiche di mercato recenti, potrebbe diventare una chiave negli equilibri tra i due club, facilitando eventuali trattative tra Torino e Birmingham.
Sono quelle geometrie invisibili che spesso decidono il mercato.
Una scelta di identità
Alla fine, però, la questione è semplice.
La Juventus non cerca solo un portiere.
Cerca un simbolo per un nuovo ciclo.
Un uomo che stia tra i pali ma che parli alla squadra.
Che abbia la faccia dura quando la partita diventa difficile.
Che sappia difendere quella porta come se fosse una bandiera.
Martínez è uno di quelli che lo fanno.
E forse è proprio per questo che, nelle stanze del mercato bianconero, il suo nome continua a tornare.
Emiliano Martinez: la sua storia
Se racconti la storia di Emiliano Martínez partendo dal Mondiale del Qatar, rischi di non capire nulla.
Perché quella notte a Lusail — quando la finale contro la Francia si trasformò in un romanzo russo — il Dibu era già diventato tutto ciò che aveva aspettato di essere per una vita intera.
Il punto della storia non è il Mondiale.
Il punto è quanto tempo ci ha messo per arrivarci.
E questo, nel calcio moderno, è quasi una stranezza.
Mar del Plata, il ragazzo che partì a 17 anni
Emiliano Martínez nasce nel 1992 a Mar del Plata, città di mare, vento e pallone.
In Argentina i portieri sono una specie strana: devono avere carattere, perché la gente non perdona.
Il Dibu cresce nell’Independiente, uno dei club più leggendari del calcio sudamericano.
Ma nel 2010 succede qualcosa che cambierà tutta la sua vita: l’Arsenal lo compra quando ha appena 17 anni.
L’Inghilterra è lontana.
Non solo geograficamente.
Lingua diversa, cultura diversa, calcio diverso.
E soprattutto un dettaglio: all’Arsenal c’è Arsène Wenger, che vede talento ma non promette nulla.
Così Martínez diventa una cosa che nel calcio esiste spesso: il portiere di passaggio.
Gli anni invisibili
Per dieci anni il Dibu vive una carriera fatta di prestiti.
Oxford.
Sheffield Wednesday.
Rotherham.
Wolves.
Getafe.
Reading.
Una geografia quasi infinita di panchine, seconde occasioni e porte difese davanti a pochi spettatori.
È il calcio che non racconta nessuno.
A Londra, intanto, all’Arsenal cambiano portieri e allenatori.
Ma Martínez resta sempre il terzo, il quarto, quello che aspetta.
Un portiere che non gioca è una figura quasi filosofica: si allena, si prepara, ma non vive la partita.
Il tempo passa.
Arriva a 28 anni senza aver mai fatto davvero il titolare in un grande club.
Nel calcio moderno, a quell’età, molti portieri hanno già scritto la loro storia.
La sua deve ancora iniziare.
La svolta: 2020
Il destino arriva con una coincidenza.
Nel 2020 il titolare dell’Arsenal, Bernd Leno, si infortuna gravemente.
Serve un portiere.
Martínez entra.
E succede qualcosa che nel calcio accade raramente:
quando arriva la sua occasione, è pronto.
Para tutto.
Gioca con personalità.
Guida la difesa.
L’Arsenal vince la FA Cup.
Per la prima volta in carriera il Dibu sente una cosa nuova:
non essere più una promessa, ma una certezza.
Ma il calcio è strano.
Quando Leno torna, il posto torna suo.
Martínez capisce che il momento è arrivato: deve andare via.
Aston Villa: nascita di un leader
Nel 2020 l’Aston Villa lo compra per circa 20 milioni di sterline.
Per molti è una scommessa.
Per lui è la prima vera possibilità.
A Birmingham succede qualcosa di semplice:
Martínez diventa uno dei migliori portieri della Premier League.
Parate spettacolari.
Leadership.
Personalità enorme.
E soprattutto una caratteristica rara:
non ha paura di nulla.
È provocatorio, teatrale, a volte sopra le righe.
Ma è anche tremendamente competitivo.
Un portiere sudamericano nel campionato più duro del mondo.
Argentina: la notte in cui cambia tutto
Nel 2021 arriva la chiamata della nazionale argentina.
La storia è curiosa: fino a poco tempo prima Martínez era praticamente sconosciuto anche in patria.
Poi arriva la Copa América.
Semifinale contro la Colombia. Rigori.
Il Dibu inizia a parlare con gli avversari, li guarda negli occhi, li provoca.
Para tre rigori.
L’Argentina va in finale.
E lì Messi vince finalmente il suo primo grande trofeo con la nazionale.
Martínez diventa improvvisamente un personaggio.
Qatar 2022: il momento immortale
Poi arriva il Mondiale.
La finale Argentina-Francia è una delle partite più incredibili della storia.
3-3.
120 minuti.
Ultimo secondo dei supplementari.
Kolo Muani si presenta davanti al portiere.
Un gol lì avrebbe cambiato tutto.
Martínez allunga la gamba e salva l’Argentina con una parata che diventa immediatamente leggenda.
Poi arrivano i rigori.
E il Dibu torna a fare quello che sa fare meglio:
entrare nella testa degli avversari.
La Coppa del Mondo finisce nelle mani dell’Argentina.
E quel portiere che per dieci anni era stato un comprimario diventa improvvisamente uno dei simboli del calcio mondiale.
Il paradosso del Dibu
La cosa più interessante di Emiliano Martínez è questa:
non è il classico talento precoce.
Non è Buffon, che a 20 anni era già un fenomeno.
Non è Casillas, che a 19 giocava finali di Champions.
Il Dibu è un’altra cosa.
È il portiere che è arrivato tardi.
Che ha aspettato.
Che ha sbagliato.
Che ha girato mezzo mondo.
E quando finalmente la porta si è aperta, era pronto.
Nel calcio, dove tutto corre velocissimo,
la sua è una storia rara.
La storia di uno che non ha avuto il destino dalla sua parte.
Ma ha avuto qualcosa di più importante.
La pazienza.
