Sono stati resi noti i ricavi di Champions: il PSG campione incassa 145 milioni di euro, l’ Inter 132 milioni e il Barcellona 118 milioni. Tra le italiane 65 milioni l’Atalanta, poi Juventus 63 milioni e Milan 60 milioni.
Di fatto gli altri club italiani hanno incassato la metà dei proventi dell’Inter.
I ricavi Champions spostano
Dagli ottavi alla finale, viene distribuito il piatto grosso del montepremi della UEFA. Per quanto riguarda gli obiettivi aziendali, i club dovrebbero comportarsi di conseguenza: fare un percorso importante in Champions è notevolmente più importante che piazzarsi in Serie A. Non è facile, è importante classificarsi in modo efficace nella prima fase (quella del girone unico) e poi avere anche un pizzico di fortuna nei sorteggi.
Lo ha capito il Borussia Dortmund che da due anni stenta in Bundesliga ma ha puntato tutto sulla coppa dalle grandi orecchie. Dopo la finale di due anni fa è andata deep anche in questa stagione (complice anche sorteggio e incroci) incassando ben 101 milioni di euro.
Certi allenatori fanno la differenza in Europa
Per i ricavi (e quindi una leva notevole sul mercato per investire sui giocatori emergenti) è fondamentale avere un allenatore abile nelle competizioni europee e con un gioco propositivo: vedi Luis Enrique, Simone Inzaghi, Guardiola, Klopp, Ancelotti, Flick, Tuchel, Gasperini, solo per citare gli esempi degli allenatori che nelle coppe hanno fatto bene nelle ultime stagioni e vinto trofei. Altri sono sulla buona strada: Slot e Arteta su tutti, ma anche Maresca promette bene.
E’ un investimento: di fatto nell’arco di 5 anni, questi allenatori si ripagano lo stipendio da soli con i premi Uefa fatti incassare ai propri club.
Gestione infortuni, condizione atletica e rosa deep
E’ fondamentale anche una gestione degli infortuni efficace e una rosa molto deep (la Juve l’anno scorso si è presentata a settembre con un solo attaccante… visto il disastro Milik e una difesa già numericamente risicata e poi colpita da due infortuni gravi) può fare la differenza nell’incasso di premi che, nel giro di due o tre stagioni, possono tracciare in positivo il futuro del club, consegnandogli una potenza finanziaria e creando un gap con la concorrenza interna.
PSG, Real e City investono sui giovani da anni
Proprio per questa ragione, mai come in questo momento le squadre dovrebbero investire soprattutto sui giovani che possono determinare il bene o il male di una squadra in un ciclo di 5 anni. Il problema è che ci vogliono soldi veri. Ma se non si investe ora si è tagliati fuori sul flusso grosso dei ricavi europei dei prossimi 5-7 anni. Vuol dire perdere il treno e arrancare dal punto di vista finanziario.
Il Real Madrid, PSG e Manchester City lo stanno facendo da anni (il Real almeno da 5 stagioni) investendo non sugli elefanti ultra trentenni ma sui giovani più forti al Mondo (ha iniziato 5 anni fa ed ha proseguito in queste stagioni con Vinicius, Rodrygo, Camavinga, Tchouaméni, Valverde, Bellingham, Arda Guler, Endrick).
Le merengues hanno appena strappato al PSG Franco Mastantuono per 45 milioni di euro.
Il Barcellona li tira fuori tutti dalla Masia, anche grazie a una metodologia di lavoro che parte dalle giovani e viene condivisa in prima squadra, con una filosofia simile (un concetto a cui si ispira Comolli).
Il direttore sportivo dei parigini Luis Campos e Luis Enrique hanno buttato a mare le figurine viziate (Neymar, Messi, Mbappé) e hanno costruito una squadra vera.
Il PSG negli ultimi anni ha investito nel 19enne Joao Neves (60 milioni), Doué (50), Pacho (40), Barcola (45), più tutta una serie di ventenni da 20 milioni l’uno, oltre a Kvara (70 milioni) e Dembele (50 milioni). Investimenti abbinati alla presenza di un allenatore (Luis Enrique) che con un gioco propositivo ha saputo valorizzarli.
In modo del tutto paradossale ha sbagliato i colpi più costosi: Kolo Muani ( 95) e Gonzalo Ramos (65).
La Juve taglia gli ingaggi quando dovrebbe investire?
Il problema della Juventus è che sta tagliando gli ingaggi (temo che alcune voci siano fondate e che Elkann abbia chiesto a Comolli di tagliare gli stipendi sotto i 100 milioni di euro).
Non abbiamo la forza finanziaria (per volontà proprietaria ma anche per il financial fair play) del PSG, Real Madrid, City mentre il Barcellona è un caso a parte (tenuto in vita dalle istituzioni spagnole e catalane con un bilancio disastrato) con un vivaio top.
Il finalcial Fair Play della Uefa cristallizzerà le posizioni attuali.
La strada in passato era giusta ma applicata male
Avevamo trovato una strada con i giovani presi a 15, 16 anni come Soulè, Huijsen e Yildiz and company.
Soulé in prima squadra ha giocato due/tre partite fuori ruolo, Hujisen dopo un bello spezzone impressionante contro il Milan è finito nel dimenticatoio, lui ha chiesto il prestito, doveva andare al Frosinone, è andato per sua volontà alla Roma, rompendo con Giuntoli e il club. L’anno scorso è stato venduto a 18 milioni più bonus senza che la Juventus tenesse un diritto di riacquisto.
Abbiamo pagato a peso d’oro Nicolò Rovella (con Paratici quando era in scadenza) e poi lo stesso Giuntoli l’ha svenduto (la Lazio inizierà a pagarlo a rate solo da quest’estate dopo 2 anni di prestito).
Soulé è stato ceduto per 25 milioni circa, tra i giocatori citati è il meno europeo anche se la tecnica non gli manca, così come i margini di miglioramento ma dovrà svilupparsi ancora fisicamente per reggere certi palcoscenici.
Paghiamo dazio di 4 anni di gestione sciagurata dei giovani sia in campo che sul mercato.
La gestione di Yildiz e Mbangula tra le poche note positive
L’unico realmente valorizzato è stato Yildiz: dopo bellissime prestazioni tra Frosinone e Lecce, ha passato in modo inspiegabile 5 mesi in panchina nella stagione dell’esordio.
Con lui Giuntoli e Motta non hanno sbagliato: a prescindere dal ruolo, ha giocato e fatto esperienza per un’intera stagione sia con l’italo-brasiliano che con Tudor.
Proprio ieri il turco-tedesco ha riservato parole al miele al tecnico croato.
Se c’è una delle poche note positive della gestione Motta è il lancio di Yildiz, Mbangula e Savona. La speranza è che questo patrimonio non venga incenerito. Sono giovani e devono ancora giocare per fare esperienza. Gravi invece le valutazioni negative su Hujisen e Soulé, anche se il tecnico aveva espresso la volontà di voler confermare l’argentino ma la società non ha tenuto conto della sua opinione.
La speranza è che ora non dovremmo pentirci anche della probabile uscita dopo il Mondiale di Conceicao, uno dei pochi in Italia che salta l’uomo, insieme al turco tra i pochi alla Juve a dare un pizzico di qualità.
La questione Tognozzi: non in linea con il metodo Comolli-Bezhani
Tognozzi, colui che ha riportato a Torino Hujsen, Soulé, Yildiz (ma la lista è lunghissima), con investimenti contenuti (se pensiamo a quanto spendono per i 17enni Real e PSG…), dopo essere stato sottovalutato da Cherubini prima e Giuntoli dopo, volerà a Londra, all’Arsenal. Gli è stato preferito Manna in questi anni. Un mistero.
Una scelta logica da parte sua e da parte della Juventus che vi ha rinunciato, per una semplice ragione: se Elkann ha dato lo scettro a Comolli, è giusto che il manager francese attui il suo programma senza condizionamenti e con le persone di sua fiducia.
Tognozzi ha un metodo di lavoro che, almeno all’apparenza, è l’opposto di quello di Comolli che ha bisogno di persone che conoscano già molto bene la sua filosofia.
La conoscenza dell’uomo dietro al calciatore
Si affida ai big-data nella selezione dei calciatori e dell’allenatore per poi, con il suo uomo di fiducia Viktor Bezhani inizia l’osservazione da vicino non solo del calciatore ma anche dell’uomo, della famiglia, con uno studio profondo dell’ambiente e della cultura del prescelto. Se viene ritenuto un profilo adatto e compatibile all’identità e alla cultura del club, della squadra, viene ingaggiato se invece Bezhani non è convinto, si molla il colpo.
Slot, allenatore del Liverpool (che ha dominato la Premier League) è stato scelto in questo modo dal cervellone dei reds.
Ricordiamoci che nella scorsa stagione, gli acquisti più costosi hanno fallito non tanto per le caratteristiche tecniche quanto perché gli uomini non si sono ambientati, non è scattata la scintilla.
Koopmeiners sembra essere finito in un vortice, mentre Douglas Luiz rimane l’uomo del mistero.
Non solo dati, serve buonsenso e competenza
Ma spero che, dati o non dati, Comolli agisca secondo buon senso: avrà studiato spero bene la materia. Oggi abbiamo enormi problemi soprattutto nella prevenzione degli infortuni muscolari, nella preparazione atletica (non corriamo a alta intensità da 10 anni a questa parte), nelle metodologie di allenamento e nella gestione degli infortuni stessi.
Queste penso siano le priorità da risolvere più che la campagna acquisti.
Pintus o Bertelli potrebbero valere più di un ingaggio di un fuoriclasse in campo.
Avere una rosa al competo quasi sempre, atleticamente ben allenata, vale più di ogni altra cosa. Certo, servono oltre ai giovani talenti (Leoni su tutti) anche due o tre pedine d’esperienza. Tudor l’ha fatto capire: serve un rinforzo per reparto. La scorsa stagione lo ripetevamo: servono quelle 2-3 pedine di carattere e esperienza per far fare il salto di qualità anche ai giovani.
Inoltre questa rosa, visti gli impegni, ha necessità di essere completata anche sotto il profilo numerico. Se sono ben allenati ben vengano anche Rugani e Kostic a fare numero e dare più soluzioni a Tudor.
La necessità di un ds, Comolli sbaglia?
Come ho detto serve buonsenso, solo i dati non possono funzionare alla Juventus e nel calcio, dove i rapporti umani fanno la differenza. Quindi, va benissimo avere un capo scout che sia in linea con le metodologie societarie, ma serve anche un direttore sportivo per gestire lo spogliatoio, i rapporti e pescare anche qualche nome importante sul mercato.
Comolli pare intenzionato a non ingaggiare un DS o farlo solo in un secondo momento.
Zvonimir Boban ha parlato di tutto questo a Sky, secondo me va ascoltato attentamente, la Juve ha bisogno di un direttore sportivo.
«Se non avrà un direttore sportivo vero, che non si preoccuperà della squadra, che non sarà vicino all’autore, che non gestirà la rosa, che non gestirà insieme all’allenatore e allo spogliatoio, non si può. Ci vuole un direttore sportivo e ci vuole gente veramente che ha l’occhio. Poi dieci volte sbagli, una o due volte non funziona. Tutti abbiamo sbagliato a valutare i giocatori e sbaglieremo, è la vita del calcio. Però se va solo per i dati, proprio così come un androide non andrà da nessuna parte, perché questo è calcio. Sono vite umane lì, non sono solo i numeri».
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