Rinascita o fallimento: il futuro della Juventus, 2.8 goal subiti a partita e 60 milioni vitali

Quattordici gol incassati nelle ultime cinque partite — Inter, Galatasaray, Lazio, Atalanta, Parma — non sono un incidente statistico. Sono un segnale. Un grido quasi.

C’è una parola che torna, insistente, quando si osserva la Juventus di queste settimane: tempesta.

Non quella improvvisa che sorprende il marinaio distratto, ma quella lenta, annunciata, che monta all’orizzonte mentre tu continui a navigare convinto di poterla attraversare con la sola forza della rotta. E il tema è proprio questo: giusto non cambiarla neanche di un centimetro sulle mappe nautiche?

Io sono ottimista che superata questa burrasca potrà tornare il sole, grazie all’elasticità di Spalletti. Serve respirare, recuperare, con i nostri limiti il doppio impegno era impossibile da sostenere.

Si corre tanto, si raccoglie poco

Una squadra che fino a San Siro correva più degli altri, ma raccoglieva meno, oggi paga il conto di quell’intensità spesa senza premio per incapacità offensiva e per i regalini avvelenati che ci hanno lasciato gli arbitri, sempre protagonisti in episodi decisivi, tranne ieri.

Anche se a Istanbul i simulatori meritavano peggior sorte e hanno condizionato, in parte, il match (vedi sostituzione di Cambiaso che – paradossalmente – ha fatto saltare gli equilibri).

C’è una parola che torna, insistente, quando si osserva la Juventus di queste settimane: tempesta. Non quella improvvisa che sorprende il marinaio distratto, ma quella lenta, annunciata, che monta all’orizzonte mentre tu continui a navigare convinto di poterla attraversare con la sola forza della rotta.

Il lavoro di Spalletti

Eppure sarebbe ingeneroso non dirlo: Spalletti ha fatto un lavoro straordinario.

Ha preso una rosa imperfetta, l’ha spinta oltre i propri limiti, ha chiesto a giocatori da (quindici partite sopra media, non un match di più) di vivere stabilmente in quella dimensione. Per un po’ ha funzionato. La Juventus ha overperformato. Ma il calcio — come la vita — presenta sempre il conto quando si vive costantemente al massimo regime.

Il sospetto era nato già settimane fa, in tempi non sospetti, parlando con gli amici di You Ventus TV: “e se fossimo già al picco della forma senza aver raccolto quanto meritato?” E se, al primo calo fisiologico, si aprisse la faglia?. Vedevo che stavamo spendendo molto ma, per incapacità offensiva, raccogliendo quasi il nulla. Una vittoria in 5 partite.

La faglia si è aperta.

Abbiamo difensori forti da uno contro uno?

Oggi la Juventus subisce 2,8 gol a partita. Un dato che non appartiene alla sua storia recente, né ai tempi di Zoff né a quelli di Maifredi. Non è solo questione di errori individuali — pure evidenti — ma di pressione sistemica: quando i singoli sono chiamati costantemente a difendere spazi troppo ampi, prima o poi cedono.

Questi giocatori reggono l’uno contro uno estremizzato da Spalletti? In questo ciclo di doppi impegni settimanali secondo me no. Quando torneremo a una partita a settimana, sarà diverso.

Gli esterni restano isolati, esposti all’uno contro uno, bersagliati da ali veloci e — perché no — da quel teatro di simulazioni che ormai fa parte del calcio contemporaneo. È una dinamica antica: viene in mente la fascia di Gresko nell’Inter di Cuper, sistematicamente presa di mira. Oggi succede qualcosa di simile.

Giusto cambiare mentalità ma senza Champions salta il banco

Spalletti ha scelto una strada: cambiare mentalità, costruire identità, accettare il rischio pur di non tornare al passato. È una scelta nobile. Ma il contesto economico della Juventus non consente lunghi apprendistati.

Senza Champions, il costo non è solo sportivo: sono circa 60 milioni che evaporano, mettendo pressione ai conti e al futuro europeo del club. La società accetterebbe ciò? Forse si, ma il Fair Play finanziario salterebbe definitivamente e andremmo incontro a future esclusioni dalle Coppe Europee.

E allora, forse, la soluzione non sta nel rinnegare il progetto, ma nel modularlo.

Un passo leggermente indietro per farne due avanti in queste due partite (Como e Roma) per poi tornare agli standard spallettiani.

Cambio modulo senza Bremer?

Una squadra più corta, più protetta. Un 4-4-2 che non neghi l’ambizione ma restituisca equilibrio. Se non siamo bravi a difendere bassi — come ammette lo stesso Spalletti — possiamo almeno impedire agli avversari di arrivarci, bloccandoli prima, a centrocampo. C’è anche l’ipotesi della difesa a tre senza Bremer, ma non penso che – per le ragioni dette – Spalletti farà un passo indietro così.

Ma c’è da fare molta attenzione, anche perché questa non è una squadra preparata da lui in estate. I carichi non sono i suoi, e certi uomini — Bremer su tutti — sono stati probabilmente esposti troppo (almeno con l’Atalanta poteva non giocare in Coppa Italia).

Il doppio impegno ha amplificato tutto. Ora che la Champions è finita di fatto, il calendario può diventare un alleato: più tempo, più recuperi, più lucidità.

Servono correttivi, subito, già contro Como e Roma. Perché la qualificazione passa da lì.

Ma una cosa deve restare ferma, come un punto cardinale nella burrasca: la fiducia nel lavoro di Spalletti.

Perché questa tempesta racconta i limiti della rosa, non quelli dell’allenatore. E attraversarla con lui al timone resta la scelta più sensata.

Un pensiero su “Rinascita o fallimento: il futuro della Juventus, 2.8 goal subiti a partita e 60 milioni vitali

  1. Una volta dicevano “primo: non prendere gol”. Poi si sono fatte largo altre teorie per privilegiare lo spettacolo tipo “segnare un gol più dell’avversario”. Solo che se giochi senza punte …

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