Dietro la notizia del Financial Times si cela una logica finanziaria spietata. Chi compra un club non compra una squadra: compra un asset che non conosce crisi.
Dunque John Elkann vuole un club storico e glorioso come il Botafogo (tre titoli nazionali brasiliani e una Copa Libertadores). La notizia diffusa dal Financial Times e rimbalzata dai portali brasiliani ai quotidiani sportivi italiani nel giro di poche ore, ha fatto alzare più di un sopracciglio tra chi segue il calcio per la sua dimensione romantica, quella del tifo e delle bandiere.
Ma chi ha capito che il calcio del ventunesimo secolo è un’altra cosa — una cosa che con il romanticismo ha smesso di avere rapporti da almeno vent’anni — non si è stupito affatto.
Perché Elkann percepisce l’occasione d’investimento
La mossa di Elkann non è determinata dal caso. Il presidente della Ferrari e della Stellantis, erede della dinastia Agnelli, uomo che siede nei consigli d’amministrazione di mezzo mondo industriale, non muove un euro senza che ci sia dietro una tesi finanziaria solida come un pilastro in cemento armato. E la tesi, in questo caso, è cristallina: il calcio è oggi il settore che offre il ritorno sull’investimento più alto in assoluto su un orizzonte decennale o ventennale. Ed è anche uno dei motivi per il quale non vende la Juventus, in un momento storico difficile per il club bianconero (il prezzo di vendita non è affatto conveniente).
Pensate al Chelsea. Roman Abramovich lo comprò nel 2003 per 85 milioni di euro — poca cosa, quasi una scommessa da miliardario con troppi soldi e voglia di visibilità. Nel 2022, costretto a cedere per via delle sanzioni britanniche legate alla guerra in Ucraina, il club londinese è stato rilevato da un consorzio guidato da Todd Boehly e dal fondo Clearlake Capital per una cifra vicina ai 5 miliardi di euro. Cinquanta volte tanto. In vent’anni. Nessun fondo, nessuna startup tecnologica, nessun investimento immobiliare ha mai reso con quella costanza e con quella progressione.
I numeri dell’operazione di Abramhovic
- 85 M€ Chelsea acquistato (2003)
- 5 MLD€ Chelsea venduto (2022)
- ×58 Moltiplicatore in 19 anni
- Investito sul club e nella squadra 2,3 miliardi
E il Chelsea è un esempio interessante ma non è un caso scuola visto che non può costruire un nuovo stadio perché non è di proprietà del club ma di un’organizzazione di tifosi. Inoltre ci sono vincoli urbanistici e legali per un ampliamento.
Non è un caso isolato quelle dei Blues.
Il valore delle transazioni nei cinque maggiori campionati europei è passato da 66 milioni di euro nel 2018 a quasi 5 miliardi nel 2022, in soli quattro anni*.
I fondi di private equity lo hanno capito prima degli altri: un club di calcio non è una squadra sportiva, è una piattaforma di contenuti con un brand globale, un fanbase fidelizzata che nessun algoritmo di marketing è riuscito a replicare, e una scarsità intrinseca — non puoi costruire un nuovo Milan dal nulla.

Il Milan di Gerry Cardinale, il finanziere-presidente
Gerry Cardinale con il Milan ha reso esplicito il manuale del finanziere-presidente. Ha comprato il club da Elliott per 1,2 miliardi di euro nel 2022 — quando Elliott stesso lo aveva rilevato dai cinesi del gruppo Yonghong Li per una frazione di quella cifra.
Il piano di Cardinale è di una linearità quasi disarmante: aumentare i ricavi, portarli dai 297 milioni della stagione 2021-22 a circa 495 milioni nel 2024-25 (riuscendoci), e costruire il nuovo stadio. Perché lo stadio è il vero fulcro dell’operazione. Non lo dice lui esplicitamente, ma lo sa chiunque abbia letto un bilancio di private equity nella vita: lo stadio di proprietà è l’asset immobiliare che, sommato al brand sportivo, moltiplica la valutazione del club al momento della cessione.
RedBird ha un fondo con scadenze e investitori da rimborsare con lauta plusvalenza. Lo stadio non genera ricavi prima del 2031-32, ma al momento della vendita del club varrà oro.
Il nuovo San Siro non è un regalo ai tifosi. È il modo di Cardinale per raddoppiare il prezzo del Milan quando sarà il momento di andarsene.
Botafogo occasione d’oro o situazione debitoria preoccupante?
Tornando al Botafogo — e quindi a Elkann. La situazione è ghiotta in teoria perché la Eagle Football di John Textor, che controlla la SAF del club carioca insieme a Lyon, RWDM Brussels e altri, è in piena crisi. Il gruppo Cork Gully amministra la holding in stato di amministrazione controllata.
Il debito del Botafogo però supera i 2,7 miliardi di reais (circa 461.700.000 di euro). È esattamente il momento giusto per entrare: quando c’è il sangue in acqua, i veri squali non scappano, comprano ma i debiti rimangono.
Attorno al tavolo, insieme a Elkann e alla sua holding Exor, siedono nomi non esattamente da bar sport: proprio Gerry Cardinale di RedBird, Apollo Global Management, Sheikh Moe Al Thani, Alexander Knaster, Edward Eisler, la Iconic Sports di Jamie Dinan.
Un parterre da World Economic Forum. Si capisce di che livello sia diventato l’interesse del capitale finanziario internazionale verso il pallone.
La Juventus e il Botafogo per il mercato dei talenti brasiliani
Ma Elkann (che parteciperebbe attraverso Exor) potrebbe dare un senso all’operazione con la Juventus. L’idea — già circolante nei corridoi della Continassa e sui portali brasiliani — è quella di costruire un rapporto bilaterale tra il club torinese e il Botafogo. Non il modello coloniale del club satellite, dove il club più grande parcheggia i giovani in eccesso e li richiama a piacimento, un pò come sta succedendo tra Chelsea e Strasburgo.
Qualcosa di più sofisticato: una partnership strategica sul mercato sudamericano, un canale preferenziale sui talenti brasiliani, un gemellaggio che nell’era della multiproprietà può diventare un vantaggio competitivo decisivo.
La multiproprietà nel calcio non è sleale. È semplicemente il futuro, e chi non la capisce guarderà gli altri vincere dai bordi del campo. L’esempio di RedBull è eloquente.
La UEFA contrasta le multiproprietà in Europa ma nulla può fare se una holding controlla un club europeo e uno sudamericano (che è fuori dalla sua giurisdizione).
Gli interessi industriali e di marketing
Il Brasile, d’altra parte, non è solo calcio per Elkann. È Fiat, è Jeep, è Peugeot, è Citroën. Stellantis ha nel mercato brasiliano uno dei suoi pilastri industriali (e Exor è anche proprietaria di Ferrari).
Investire nel club campione del Sudamerica, vincitore della Copa Libertadores 2024, è anche un gesto di presenza sul territorio, un segnale alle istituzioni e ai consumatori locali. La fusione tra sport e industria ha sempre funzionato, la Juventus ne è stata la testimonianza diretta. Il legame tra brand calcistico e brand automobilistico, non è nuova — ma nelle mani di Elkann assumerebbe una dimensione inedita.
I finanzieri e i club di calcio
Il calcio è diventato, in sintesi, il lusso preferito dalla finanza globale. Non perché i grandi fondi amino il pallone più di prima. Ma perché hanno scoperto quello che i tifosi sanno da sempre senza saperlo spiegare: un club di calcio è immortale. Può fallire, può essere retrocesso, può cambiare proprietà dieci volte. Ma il brand sopravvive. E il brand, nell’economia dell’attenzione, vale più di qualsiasi fabbrica.
Elkann lo sa. Cardinale lo sa. Boehly lo sa. E adesso lo sanno tutti. Benvenuti nel calcio come lo intendiamo davvero, nel 2026, addio purtroppo al romanticismo.
Le fonti
*fonte: Il dato viene da un Analyst Note pubblicato da PitchBook (Morningstar PitchBook) nel terzo trimestre 2023, intitolato “Private Capital in European Football”: nel 2022 il valore delle transazioni nei cinque principali campionati europei aveva raggiunto 4,9 miliardi di euro, rispetto ai soli 66,7 milioni del 2018.
PitchBook aveva analizzato la proprietà di 98 club calcistici nelle cosiddette “Big Five” europee — Premier League, La Liga, Bundesliga, Serie A e Ligue 1 — e stimava che il 2023 avrebbe potuto superare addirittura i 10,6 miliardi di euro in deal, se si fosse concretizzata la vendita del Manchester United.
Il fenomeno, secondo l’analista Nicolas Moura di Morningstar PitchBook, è stato innescato da un “connubio perfetto”: da un lato la crisi di liquidità dei club durante la pandemia, dall’altro la crescita esplosiva del private equity come asset class globale, passato da 2.100 miliardi di euro di AUM nel 2013 a 4.600 miliardi nel 2022.
Quindi: fonte primaria è PitchBook (società americana di dati finanziari, parte di Morningstar),
