Luciano Spalletti

Processo Juventus: i quattro responsabili del fallimento, i perché di una crisi (irreversibile?)

C’è una fotografia che racconta meglio di tutte la crisi della Juventus. Non è quella della classifica, impietosa e irreversibile. Non è nemmeno quella dei volti scuri a bordocampo o delle conferenze stampa tese. No. L’immagine simbolo è un’altra: una società che si avvia verso la prossima stagione con un allenatore già percepito come un’anatra zoppa, uno che ha perso metà dello spogliatoio perché è stato lui stesso a spingerla fuori dal progetto.

Prima ancora di entrare nel merito tecnico, bisogna partire dal clima. Dall’atmosfera pesante che si respira attorno alla Continassa. Perché qui siamo arrivati alla resa dei conti di una lotta di potere interna: da una parte l’asse Chiellini-Spalletti, dall’altra Damien Comolli. E come spesso accade nel calcio italiano, il primo processo lo celebra la stampa.

Comolli nel mirino della stampa agneliana

Non sorprende dunque che il manager francese sia diventato il bersaglio perfetto. I giornali vicini all’ambiente storico bianconero stanno indirizzando su di lui gran parte delle responsabilità, quasi fosse il capro espiatorio ideale. Prevedibile, persino scontato. Si scrive già di una sua posizione traballante, evitando però accuratamente di affrontare il nodo centrale: le responsabilità di chi ha costruito e sostenuto questo assetto dirigenziale.

Sia chiaro: Comolli ha commesso errori pesanti sul mercato. Ma è troppo facile fermarsi lì. Perché la domanda vera è un’altra: chi ha deciso di affidare la rifondazione della Juventus a un dirigente straniero senza esperienza diretta nel calcio italiano e nelle dinamiche della Serie A?

Infografica sulla crisi della Juventus
Infografica sulla crisi della Juventus

Le responsabilità evidenti di Elkann

I primi responsabili sono quelli che lo hanno scelto e questo ve lo avevamo scritto il 29 maggio 2025, prevedendo quello che sarebbe successo ed è successo.

John Elkann sta riproponendo, quasi in fotocopia, la gestione vista tra il 2006 e il 2010. Anche allora la Juventus sembrava una grande azienda senza bussola sportiva, incapace di valorizzare ciò che aveva ereditato. Fu Sergio Marchionne a cambiare il corso degli eventi, convincendo Elkann che la Juventus stava diventando un problema anche per Exor. Da lì nacque la scelta Marotta, supportata anche dalle ottime referenze arrivate da Garrone.

Quella fu la svolta.

Poi però, nel 2018, dopo la morte di Marchionne, tutto cambiò di nuovo. Elkann assecondò la sete di potere interna e Giuseppe Marotta venne lasciato andare all’Inter. Col senno di poi, un errore storico.

Una crisi prevedibile

Chi segue questa pagina sa bene che il finale di questa stagione era stato previsto da tempo. Già il 29 maggio 2025 era stato scritto che il progetto presentava fragilità enormi. Addirittura, mesi fa, veniva ipotizzato un piazzamento tra il quarto e il sesto posto.

Le critiche non mancarono. Disfattismo, pessimismo, accuse di catastrofismo.

L’abbassamento dell’asticella delle ambizioni

E invece il punto era un altro: negli ultimi anni una parte del mondo juventino ha progressivamente abbassato l’asticella. Per qualcuno il quarto posto è diventato un traguardo soddisfacente. Ma la Juventus, storicamente, vive di una sola ossessione: vincere.

Il rischio ora è evidente. La mancata qualificazione Champions potrebbe trasformarsi nell’alibi perfetto per ridurre investimenti e giustificare un ridimensionamento tecnico sempre più evidente. Oggi non si parla più di scudetto. Domani, continuando così, il pericolo concreto è ritrovarsi fuori persino dalla lotta vera.

E qui entra in scena Giorgio Chiellini.

Le responsabilità di Chiellini e Spalletti

L’ex capitano aveva immaginato una rivoluzione. Aveva promesso Antonio Conte, ma Conte non è arrivato. Da quel momento si è innescata una catena di decisioni che ha progressivamente indebolito la squadra.

Prima Tudor. Poi Spalletti.

L’idea iniziale sembrava chiara: affidarsi a un allenatore capace di cambiare mentalità e rompere le gerarchie interne. Per alcuni mesi, in effetti, qualcosa si era visto. La Juventus aveva anche espresso un calcio credibile fino a febbraio, pur con qualche difficoltà difensiva.

Poi però Luciano Spalletti ha progressivamente rinunciato alla propria identità. Difesa a tre in tante occasioni, meno coraggio, meno gioco. Non è arrivato lo Spalletti rivoluzionario visto altrove, ma un allenatore che si è adattato alle gerarchie dello spogliatoio.

Ed è lì che nasce il problema più grande.

Perché nel corso della stagione sono stati progressivamente accantonati molti dei giocatori acquistati negli ultimi due anni. Openda, Gatti, Koopmeiners, Kostic, David, Cabal, Adzic, Zhegrova, Joao Mario, Holm, Miretti.

Undici giocatori messi ai margini.

Il futuro: da Luciano a Giorgio, troppe incognite

Una scelta che apre interrogativi enormi anche sul futuro. Come si potrà ricostruire un gruppo se gran parte degli esclusi è difficilmente cedibile e non esiste il budget necessario per sostituirli?

Nel frattempo Spalletti vorrebbe ripartire proprio dall’asse con Chiellini. Ma qui emerge un altro tema inevitabile: quanta esperienza dirigenziale aveva davvero l’ex capitano per guidare una fase così delicata?

Alla fine le decisioni più importanti sono passate tutte da lui, con il sostegno della proprietà e degli azionisti.

Ed è questo forse il vero paradosso: una società da mezzo miliardo di fatturato che affida le scelte strategiche più importanti a figure ancora inesperte.

Le responsabilità di Comolli

E Comolli? Anche lui ha responsabilità evidenti. Dalla gestione tardiva dell’area sportiva fino alla scelta di un direttore sportivo arrivato con enorme ritardo. Senza dimenticare il mancato arrivo di un attaccante a gennaio dopo il grave infortunio di Vlahovic.

Il risultato finale è davanti agli occhi di tutti: Juventus fuori dalla Champions.

Naturalmente, per la storia bianconera, anche un quarto posto rappresenta un fallimento. Ma nell’opinione pubblica esiste una differenza enorme tra entrare o non entrare in Champions League.

E il danno più serio rischia di essere un altro ancora.

Un problema di credibilità

Perché senza risultati, senza fiducia e senza credibilità, anche la figura dell’allenatore finirà inevitabilmente sotto processo.

E quando alla Juventus viene meno la credibilità, il terreno diventa scivoloso per chiunque, soprattutto se il rapporto con unici giocatori della rosa non è idilliaco.

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