Il tifoso juventino dovrebbe ragionare sempre con la propria testa. Anche quando gli raccontano qualcosa che gli piacerebbe sentirsi dire. Soprattutto quando ogni nuovo progetto viene confezionato come una dimostrazione di grandezza, senza spiegare chi paga e quale ritorno economico dovrebbe produrre. Stiamo parlando del Mini Stadium.
Si torna a parlare di un secondo stadio per Juventus Women e Next Gen nell’area dell’ex PalaStampa, vicino alla Continassa. Secondo le ricostruzioni giornalistiche (fonte Tuttosport), la concessione alla famiglia Togni scadrà tra un paio d’anni: da lì potrebbe aprirsi una possibilità.
Bene. Ma una possibilità immobiliare non è automaticamente una priorità per la Juventus.
I costi del secondo stadio sono un investimento? Quali ricavi?
Un impianto da circa 5.000 posti, con coperture e servizi adeguati, può richiedere indicativamente 15–25 milioni di euro. Non è il preventivo di un progetto ufficiale: è un ordine di grandezza. E per gli standard che dovrebbe garantire la Juventus, io ragionerei sulla parte alta della fascia.
Poi arrivano demolizioni, eventuali bonifiche, sistemazione dell’area, collegamenti, concessioni e opere accessorie. Il conto complessivo potrebbe crescere sensibilmente. E dopo averlo costruito bisogna mantenerlo e gestirlo.
La domanda, quindi, è molto semplice: quali ricavi aggiuntivi giustificherebbero questa spesa?
Facciamo un’ipotesi: riportando entrambe le squadre nell’area torinese, magari coordinando alcune partite con quelle della prima squadra, si raggiunge una media di mille spettatori. Sarebbe già un risultato interessante sul piano del seguito. Ma sul piano economico?
Mille persone per quaranta partite, con un biglietto medio da dieci euro, fanno 400.000 euro di incasso lordo annuo. È soltanto un esempio, naturalmente, ma serve a capire le proporzioni.
Sponsorizzazioni, hospitality e altre attività potrebbero aggiungere ricavi. Benissimo: allora mostriamo un piano credibile, con costi, entrate e tempi di rientro. Perché dire “avremo uno stadio nostro” non basta a dimostrare che l’investimento conviene.
L’esempio del Barcellona è fuorviante
A me, oggi, questa idea sembra soprattutto il riflesso delle megalomanie della vecchia gestione. Non vedo grosse prospettive di incassi, semmai di costi. Alle partite delle Women vanno 200 persone. E’ vero che giocano a Biella ma le prospettive non sono edificanti, lato economico.
Ripeto, stiamo parlando delle megalomanie irrazionali di una fase folle. Quella stagione di grandezza proclamata e sostenibilità dimenticata, che giudico responsabile di un’enorme distruzione di risorse e che ci ha lasciato in braghe di tela. Gli azionisti hanno dovuto mettere sul tavolo cifre dell’ordine del miliardo: prima di innamorarci di altro cemento, forse dovremmo avere imparato qualcosa.
Anche a me piacerebbe vedere Women e Next Gen in un piccolo gioiello bianconero. Ma un desiderio da tifoso e una priorità aziendale sono due cose diverse.
E il richiamo al Barcellona non mi convince. Del Barça prenderei il coraggio di far giocare i ragazzi, la centralità del vivaio, la capacità di affidare ai giovani responsabilità vere. Sul modello finanziario, invece, avrei parecchie riserve.
Un progetto di espansione dello Stadium no?
Se ci sono risorse da investire, la prima domanda dovrebbe riguardare il futuro dell’Allianz Stadium.
Premessa doverosa: abbiamo uno stadio bellissimo. Un teatro del calcio, con una vicinanza al campo e un’acustica straordinarie. È una casa della quale dobbiamo essere orgogliosi.
Ma essere orgogliosi dello Stadium non significa considerare intoccabile la sua capienza.
Si può ampliare? Si può aggiungere un terzo anello? C’è chi sostiene che la struttura lo impedisca e chi ritiene che le tecnologie disponibili oggi consentano soluzioni nuove.
Noi non possiamo risolvere la questione nei commenti di Facebook. Servono ingegneri, studi di fattibilità, valutazioni sulla copertura, sulle vie di fuga e sui costi. Io vorrei sapere se questa possibilità sia stata studiata seriamente e con quali conclusioni.
Le prospettive
Non sto dicendo che venti milioni bastino per ampliare lo Stadium. Sto dicendo che, prima di impegnare decine di milioni in un secondo impianto, vorrei conoscere le alternative per far crescere quello che produce già ricavi importanti.
Secondo i dati riportati dal bilancio, lo Stadium genera ormai oltre 90 milioni annui complessivi: ricavi, non utili. Migliorare hospitality e servizi premium ha una logica economica. Ma il futuro non può ridursi soltanto a spremere di più ogni singolo posto.
Bisogna pensare anche a quanti tifosi possono entrare e a quanto costa farlo.
La capienza limitata, insieme alla politica commerciale del club, contribuisce a rendere molte partite economicamente proibitive. Io non condivido una visione elitaria nella quale il tifoso diventa soprattutto un cliente dal quale estrarre il massimo possibile.
Perché lo Stadium è stato progettato solo per 41.000 posti
Torino è cambiata rispetto agli anni in cui Antonio Giraudo impostò il progetto. È cambiato il turismo, è cambiata la mobilità, è cambiato il calcio.
Allora i grandi club potevano vendere individualmente i diritti televisivi. Oggi la vendita è centralizzata, attraverso la riforma Melandri del 2007 e il decreto del 2008.
Su questo ho una lettura politica precisa: ritengo che per capire il contesto di Calciopoli si debba guardare anche alla battaglia sui diritti televisivi e agli interessi delle grandi società, Juventus e Milan comprese, legati alla vendita individuale. Il cambio di governo del 2006 e la successiva riforma appartengono a quella stagione di redistribuzione del potere nel calcio. È una mia interpretazione: non presento come dimostrato che Calciopoli sia stata organizzata per ottenere quel risultato.
Il punto economico, però, resta: lo Stadium fu concepito dentro un mondo diverso da quello attuale. C’era una visione di un calcio più televisivo ma era un errore perché in Premier e in Bundesliga gli stadi erano sempre pieni, in Italia no, ma per limiti strutturali degli impianti.
L’unica strada per aumentare i ricavi e avere budget per il mercato
In ogni caso, anche con i social, c’è l’esigenza per il tifoso di essere in prima linea, presente. Il calcio televisivo ha stufato, vivere la partita live è un’alta cosa per il tifoso medio. E Torino non è più quella di 20 anni fa, è una città più turistica, più dinamica e aperta.
Con la ripartizione dei diritti televisivi alla Juve rimangono le briciole nonostante sostenga il sistema essendo la squadra con più tifosi in Italia.
Molti grandi club europei hanno impianti da oltre 60.000 posti o stanno investendo per raggiungere quelle dimensioni. Ci sarà un motivo o siamo noi i più furbi?
Prima di convincerci che quarantamila posti siano la misura perfetta per sempre, qualche domanda dovremmo farcela. Il problema è la mediocrità progettuale che si respira.
Anche riempire una maggiore capienza soltanto nelle cinque o sei partite più richieste potrebbe generare incassi annuali importanti. Quanto, esattamente, dipende da prezzi, domanda e costi. Nel lungo periodo sarebbe comunque un’opportunità da valutare con numeri seri. L’unico modo per aumentare i ricavi (e quindi il potere d’acquisto sul mercato del club) è quella di ampliare la capienza dello Stadium o di studiare misure alternative ma se la Juve vuole reggere la concorrenza anche in Italia (con il nuovo stadio di Milano oltre che i progetti a Roma e Napoli) e in Europa.
Il centro federale di Venaria è la soluzione per le altre squadre bianconere
Per Women e Next Gen, invece, esiste una strada che considero molto più sensata: Venaria.
Il progetto del Centro Tecnico Federale FIGC-LND al Don Mosso prevede una tribuna da 1.500 posti e due campi, con omologazione prevista per la Lega Pro. Le notizie (fonte sempre Tuttosport) sulla collaborazione della Juventus per il possibile utilizzo di questa struttura vanno, secondo me, nella direzione giusta.
Un impianto proporzionato alle esigenze ordinarie, vicino a Torino, attraverso una collaborazione con il mondo federale. Per le partite di maggiore richiamo si può valutare lo Stadium, compatibilmente con calendario e condizioni del terreno.
Per gli allenamenti abbiamo già Vinovo e Continassa. Il problema da risolvere è dare alle due squadre una sede adeguata per le gare, con costi sostenibili.
Francamente non capisco questa fame di un secondo stadio a prescindere dai conti. Senza un piano economico convincente, io lo vedo più come un’operazione immobiliare che come un investimento capace di far crescere davvero il fatturato.
Avere un secondo stadio che produce pochi ricavi non rappresenta la svolta, rafforza solo il patrimonio immobiliare che è già importante. Ma aggiunge anche costi, ammortamenti e, se finanziato a debito, interessi.
La Juventus ha bisogno di investimenti che la rendano più forte. Dopo tutto quello che è successo, la megalomania non possiamo più permettercela.
